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11 maggio 2009
'Abruzzo, per non dimenticare'. Dopo il dramma, la rinascita: così L'Aquila cerca la normalità

Un terremoto è un avvenimento che distrugge vite umane, case, monumenti, e che colpisce la vita quotidiana impedendole di continuare come prima. Per i sopravvissuti, dopo il lutto è questo il costo più alto. È un tessuto di relazioni, di frequentazioni, di spazi comuni e di occasioni comuni che viene infranto. Dopo il lutto, dopo lo shock viene un periodo molto difficile in cui ci si ritrova classificati come vittime e costretti ad esserlo per molto tempo. È uno stato di emergenza e come tutti gli stati di emergenza è pericoloso per chi vi è soggetto perché viene costretto ad un'attesa che sconfina spesso con l'impotenza e la passività.

Per le istituzioni è una grossa responsabilità, ma è anche una maniera di esigere una disciplina nuova, la gente deve stare a posto nei campi profughi, accettare la propria condizione di assistiti e di "de-contestualizzati". Il tempo del dopo terremoto è un tempo di profezie - si dice, si promette, circolano voci, si fanno ipotesi - ed un tempo in cui la prima cosa che rischia di sfasciarsi è il tessuto delle relazioni che consente alla gente di motivare la propria resistenza e la propria speranza. In genere questa è l'ultima cosa che capiscono i poteri centrali, che vedono nel terremoto una emergenza da trattare con la logica quasi militare e verticistica dell'emergenza. Non è un caso che in giro per l'Abruzzo si vede gente che ha rispolverato la propria divisa, una qualunque, e la indossa. E non è un caso che a Bertolaso venga attribuita una specie di delega da parte di tutti, quasi fosse un vicerè di altri tempi giunto a gestire una lontana e disgraziata colonia.

L'Abruzzo con il terremoto si è visto piombare in una categoria da Terzo mondo da assistere, da luogo a cui applicare l'otto o il cinque per mille. Eppure queste facce nel loro dolore e nella loro trasformazione di convalescenza raccontano anche l'energia che tra la gente dal terremoto scaturisce. I posti non sono mai tabula rasa, anche dopo un terremoto, è il tessuto sociale e culturale che fa i posti. Se la ricostruzione tarda e tarderà senza dubbio è dal tessuto locale che possono nascere mille iniziative di costruzione e autocostruzione in collaborazione con la solidarietà di tecnici antisismici, di imprese di bioedilizia, di ingegneri, architetti, di artigiani, di geologi e di volontari di tutti i tipi. La cosa peggiore è essere costretti a pensarsi come accampati, controllati nei movimenti e alla mercé dello sguardo dei settori pubblici nazionali. La gente ha bisogno di ricostruire la propria privacy, le proprie reti organizzative, ha bisogno di esprimere una identità di città, di paese, di quartiere, di strada e di periferia ferita ma che vuole restare, che vuole fare del restare un segno per una rinascita vera.

Nelle assemblee che con fatica, tra le macerie, in assenza di spazi pubblici, nella sfiducia che il proprio condominio possa reggere alla prossima scossa, la gente fa viene fuori una esigenza di protagonismo, di cominciare da subito, di non diventare come nel Belice o nell'Irpinia le vittime di una trasformazione antropologica da esseri umani in vittime professionali. Dall'estero - ma anche dalla storia della ricostruzione in Friuli, nata allora proprio nel segno del rifiuto delle baracche e della ricostruzione a tabula rasa del Belice - arrivano esempi chiari di ricostruzioni che sono possibili mettendo insieme le competenze edilizie locali, inventando soggetti finanziari - project financing - che vedano cittadini, imprese, comuni, regioni e stato e partner finanziari insieme.

I cittadini di Gemona in Friuli, gelosi del proprio patrimonio e della propria identità avevano seppellito sotto il greto del fiume, numerandole, le pietre della chiesa e del campanile. E quando hanno ricostruito l'hanno fatto recuperando le costruzioni tradizionali in pietra con tecniche nuove di casseforme antisismiche. Questo era trent'anni fa, oggi ci sono tecniche ben più sofisticate e leggere che consentono sicurezza, risparmio energetico e bioedilizia. Lo sanno bene i volontari tecnici del trentino che sono venuti ad offrire il proprio know how agli aquilani. Le facce degli abruzzesi, ferite, affrante, martoriate e poi rinate, distese nello stupore di ritrovarsi al mondo richiedono come non mai di essere trattate come cittadini, come soggetti della propria vita, non come persone su cui concentrare i fari di una adesso inutile compassione.

È ora che l'urgenza si trasformi in un progetto dal basso, corale che recuperi la memoria dei luoghi perduti e ne faccia un'occasione per una visione comunitaria nuova, a cui una edilizia fatta in maniera decente e sostenibile dia gli strumenti per la ricostruzione vera, quella di una normale vita quotidiana. Sono facce di giovani che non vorremmo fossero costretti a pensare che il terremoto è un segno del cielo ed una scusa per interessi oscuri per svuotare di energie e di vita i paesi dell'Abruzzo.
 
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